Naufragio

Era un sogno: le Grandi Praterie intorno, fiumi con nomi leggendari, un cavallo che andava dove e come guardavo e la strada davanti.

Il Cavallo Giallo

Confidavo in quell’avventura attesa e riposta per tanti anni, ma forse era ancora il momento sbagliato. A due giorni a cavallo dal Sand Creek, ho dovuto rinunciare.

Quest’anno la forza maggiore sta alzando gli ostacoli. Sono dovuta rientrare di corsa. Devo mettere insieme molte più risorse di quante ne abbia mai messe insieme e soprattutto non devo arrendermi.

Ancore

Quando stavo per partire per Santiago, Isotta Raminga ha perso l’ occhio e siamo andate avanti. L’ inverno prima della Causse de Mejean l’ho passato a curarle una ferita sul petto  che le infilavo la mano intera nella carne per cambiare la medicazione. Dalla Mongolia a qui ho visto i miei cavalli in pericolo molte volte, la peggiore però è stata nell’ Appennino Modenese mentre risalivo l’ Italia per il centenario dei Parchi, quando un anziano signore ha investito Tcigheeree perché non lo aveva visto. Siamo andati sempre avanti e arrivati a destinazione. Questa volta no. Non si poteva proprio. Risolta le faccende pratiche per rientrare, mi sono trovata all’ aeroporto di Chicago e dopo dieci ore ero ad Ostia con la mia sella e le mie bisacce che hanno fatto un giro Oltreoceano.

Forse l’unico viaggio senza disastri è stato la traversata delle Alpi tra orsi e lupi. Quello più difficile, tra montagne alte e sentieri arditi. Quella volta la forza maggiore ci ha graziate.

In questo momento ho paura a mettere le mani tra i sogni. Passerà. Intanto è così.

Oltre Oceano

Quando ero andata a Santiago, mi sembrava un sogno incredibile raggiungere l’Oceano. Isotta, una cavalla piena di risorse mi ha addestrata alla vita raminga. Dopo grandi avventure, si è meritata la pensione e se la vive da regina, ha 34 anni e non posso più viaggiare con lei.
Toccato l’Oceano, eravamo tornate ad est, non potevamo attraversarlo con le nostre forze.

Isotta guarda il sole che va dove lei non potrà mai andare. La lascio guardare e lei sta lì. Il sole viene inghiottito dal mare.
È ora di tornare indietro

Da quando esiste l’ Oltreoceano, ogni volta che miseria, malattie, disperazione, guerre e dissensi hanno reso invivibile il vecchio continente, passare il mare alla ricerca di nuovi orizzonti è stato occasione di salvezza per alcuni, di avventura per altri, di profitto per chi lo ha cercato.
A un certo punto l’Ovest è finito contro un altro oceano.
Apparentemente nuovi orizzonti non ce ne sono più. Finché tutto è facile, si può rimanere con i piedi per terra. Quando ci si trova sull’orlo, bisogna decidere se farsi tritare o saltare.
Custode è il più giovane e forte dei miei cavalli. Sta bene come mai prima, ma non potrà più viaggiare. Tcigheeree ha bisogno di un nuovo compagno. Devo trovarlo con cura.
Il viaggio attraverso i Balcani è saltato all’ anno prossimo.
Чигээрээ sembra d’accordo. L’ idea di fare tutto lui non lo ispirava molto!

Quest’ anno sono senza cavalli.
Ho riaperto il cassetto dei sogni. Dentro c’era una vecchia idea che avevo scartato perché non era possibile realizzarla con i miei cavalli.
Quest’ anno ho tre cavalli, ma sono senza cavalli. Essere senza cavalli per me è essere sull’orlo.
Provo a saltare oltreoceano.
Custode rimane qui. Ferma tutto, ma non finisce qui.

Forza maggiore

Ci sono cose che, o le prendi come sono, o ti schiacciano. Custode non potrà mai più viaggiare, a meno che non succeda un prodigio.

È in una prigione bellissima. È accudito con cure amorevoli, ma non potrà più muoversi. Gli altri cavalli che erano con lui sono bloccati fino a fine giugno. 

L’ ultima frontiera.

Inizialmente ho pensato di rinviare la partenza a luglio. Forse succederà una cosa diversa. Risolvo questo disastro e mi metto in pista. Appena avrò le carte in mano e potrò dire cosa ho in mente, lo dirò.

La strada ha intrecciato i nostri destini e la casa ce li ha sciolti

La vita è una e preziosa. I miei cavalli ed io siamo un tutt’uno. Questa separazione è dolore ed esortazione per tutti noi.

Sei anni brucando la stessa erba e bevendo la stessa acqua ombra e riparo dal vento a vicenda. Custode il Signor Sì e Чигээрээ il Signor No. Sono divisi. Hanno tutto quello che hanno sempre avuto, ma uno scherzo maledetto ha fatto crescere un muro.

La Randonnée des randonneurs 2025

Ci sono molte vie per risalire la valle. Come arterie che spingono all’ esplorazione sempre più avanti, sempre più in alto.

C’erano una volta due cavalli della steppa che sono partiti con me dal cuore dell’ Asia per arrivare fino alle Alpi Occidentali. Dopo due anni a girare nel cortile di casa, ripartiamo per la Randonnée de randonneurs. Andiamo a conoscere Emile Brager in Ardèche e a incontrare altri mitici viaggiatori a cavallo che in Francia ce ne sono di più che in ogni altro paese.

L’ idea è nata nella scorsa primavera, quando sono passati a trovarmi Hube e Irene, una coppia di cavalieri di Steinegg che hanno mischiato le loro vite a quelle dei loro animali da sempre. Loro mi hanno messa in contatto con Emile.

‘Tecniques de voyage à cheval’ di Emile Brager
È un manuale scritto dopo il suo viaggio dalla Terra del Fuoco all’ Alaska risalendo le Ande e le Montagne Rocciose.
È insuperabile per la visione e per gli aneddoti della sua esperienza.
Vale sia per i lunghi viaggi che per le uscite di un giorno.
Per chi lo volesse cercare, il sito di Emile è:
emile-brager.org

Lasciamo un paese che a fine agosto sembra a inizio ottobre. Speriamo di trovarlo a inizio ottobre come se fosse fine agosto.

Il colle de la Lauze é un varco da cui uscire dal cortile di casa ed entrare nell’incognita di nuove strade. Da lì in poi non so dove troverò la prossima fontana, i cavalli pestano nuovi sentieri e la strada diventa il filo da seguire per scoprire il mondo.

Intorno ai parchi d’Abruzzo

Il monte Cappucciata é un luogo privilegiato per cogliere tutto il senso dell’Abruzzo dal mare alle sue piú alte cime. In un colpo solo si possono percorrere con lo sguardo tutti i parchi che abbiamo attraversato.

É strano cavalcare per cinquecento chilometri e trovarmi a meno di cinquanta chilometri da dov’ero partita, prima di filare davvero a nord. Non potevo fare diversamente. L’Abruzzo é una regione di parchi giganteschi e molto diversi tra di loro.

 

La terra di mezzo tra il Sirente e il Velino é una scalinata di pianori erbosi che si chiamano Piani di Pezza. Dovevo portare qui Custode e Чигээрээ, ogni cavallo al mondo sarebbe felice di passare l’estate qui!!

Il Parco Regionale Sirente Velino fatto di alti pascoli domina con mentalità arcaica la piana del Fucino dove brulica un’intensa agricoltura.

Il Passo Godi é un confine del Parco Nazionale d’Abruzzo ed é un riassunto del parco. Sotto un faggio secolarre mi sono riparata dalla pioggia, al fontanile sottostante é stato condotto un gregge all’abbeverata. Appena andate via le pecore, sono arrivati tre lupi e hanno bevuto anche loro, prima di prendere il sentiero della foresta.

Il Parco Nazionale d’Abruzzo é sorgente di orsi e camosci protetti con regolamenti che ricalcano quelli di cent’anni fa.

La Majella é un luogo da pastori da tempo immemorabile, come in ogni luogo del mondo hanno avuto bisogno di ripararsi. Le soluzioni architettoniche con materiali diversi hanno un sottofondo comune. Guardo questi ripari di pietra con il soffitto a cupola e vedo le pareti trasformarsi in feltri. Sotto lo stesso vento, dall’altra parte del mondo i pastori abitano nelle gher ancora oggi!

Il Parco Nazionale della Majella palesa il senso di protezione della sua grande montagna su tutti gli esseri che la abitano.

Fuori rotta nel circo glaciale del Venacquaro tra le antiche morene e gli ultimi nevai che rendono questo angolo di Appennino il piú alpino, memoria leggibile di epoche lontane.

Il Parco Nazionale del Gran Sasso si eleva di fronte al mare come un guardiano e chi ci lavora ne fa un campo sperimentale di buone pratiche per la convivenza di selvatici, domestici, uomini e rocce inaccessibili.

Finalmente un cucchiaino di neve!

Andiamo avanti e avanti, ma adesso potrò scrivere di piú  e mettere al corrente di cosa mi hanno lasciato gli incontri con le persone che curano questi territori.

La sete delle montagne

1922: gli uomini schiacciati dalle turbolenze della prima guerra mondiale e dell’epidemia di spagnola, tornano a sognare e progettare quello che si era interrotto ovunque per anni in cui l’unico pensiero era stato la sopravvivenza.
Tra il fiorire di idee di quegli anni, vengono fondati i primi due parchi nazionali italiani: il Parco d’Abruzzo su spinta di privati ed associazioni, guidati da Erminio Sipari e il Parco del Gran Paradiso su iniziativa del re.
Sono passati cent’anni.

Чигээрээ e Custode in viaggio dietro la cartolina.

L’idea di festeggiare questo compleanno con un viaggio a cavallo che mi permetterà di collegare questi due parchi, mi obbliga a molte riflessioni su quante cose sono cambiate in questo strano secolo che ripropone simili nuvole tempestose all’orizzonte.

Sono partita il 10 giugno dalla piana del Fucino per arrivare a Pescasseroli il 15, dopo aver attraversato il Parco regionale del Sirente Velino. Il progetto è di collegare i due parchi più antichi, attraversando tutti i parchi Nazionali nati nei secoli lungo la strada e guardando cosa trovo scritto dietro la cartolina di questi posti magnifici in cui ogni pietra e fiore hanno qualcosa da raccontare. Lungo la strada interrogherò le persone che si occupano di territori protetti e non, su tre argomenti che ritengo significativi per andare a fondo su come è cambiata la fruizione e la protezione dell’ambiente in queste quattro generazioni che sembrano tante, ma che sulla linea del tempo non sono neanche un istante.
I tre temi sono: il ghiaccio che se ne va, il lupo che torna, la foresta che invade i pascoli.

Perle del mondo selvatico che basta poco a calpestare, basta poco a rispettare.

Il dono che vorrei costruire camminando è rappresentato da una piccola borraccia realizzata apposta da Teresio Guiffrey, pisteur di Melezet, poeta e fabbro, saldando due fondelli di tubi dell’innevamento desueti e dismessi. In questo contenitore, fatto di materiali pensati per fabbricare neve artificiale, aggiungerò man mano poche gocce di acqua di ogni sorgente, fontanile o fontana che incontrerò lungo la strada.

Il dono per il ghiacciaio.
Foto di Simona Erminia Bramati

A fine settembre farò evaporare il contenuto su un bracere al cospetto del Gran Paradiso, con il sogno che diventi una nuvola, che diventi neve per nutrire il ghiacciaio ormai stanco.
Ormai non ha più senso affliggersi o pensare a come siamo arrivati a questo punto di metamorfosi della natura. Occorre farci i conti e cercare soluzioni che sfondino il cielo plumbeo e ci restituiscano tutte le possibilità che abbiamo sempre avuto di abitare questo mondo con rispetto.
Non credevo e credo sempre di meno all’estremismo misantropo di chi vede nell’essere umano l’unico male del mondo. Credo che sintonizzandoci sulle nostre reali possibilità e pagando agli altri esseri che abitano il pianeta il giusto prezzo per ciò che ci offrono, possiamo fare ancora qualcosa di bello. La questione degli arretrati con cui abbiamo sfruttato oltre misura altri popoli e continenti va affrontata onestamente, credo che sia l’unico modo per avanzare con dignità.

Custode e Tcigherè non si pongono questioni di questo genere. Mi stanno aiutando a realizzare anche questo progetto perchè ormai i nostri destini sono intrecciati da tanti chilometri percorsi insieme.
Custode come sempre avanza con il passo di un metronomo e Tcigherè con quello di un fuoco di paglia, lo fermerò prima che si spenga, so che è fatto così e che adesso ce la sta mettendo tutta. So che quando fa parte della squadra è meglio che quando devo fermarlo. Devo accettarlo così come è.

Чигээрээ c’é quando c’é

Isotta Raminga ha trent’anni, dopo tanta strada fatta insieme senza passare mai un’estate in pianura, adesso è a casa, Marco, Silvio, Valeria e Martina si occupano di lei.

Isotta Raminga il giorno prima di partire.
Foto di Valeria Fioranti

San Giorgio


Nella storia le parole raccontano che molti eroi tentarono l’impresa di sconfiggere questo mostro che uccideva con il suo solo fiato chiunque incontrasse.
Molte volte, guardandone le rappresentazioni mi stupisce l’incontro degli sguardi di creature diverse che nell’attimo fatale si comprendono. Non mi ricordo di aver visto rappresentazioni in cui il drago é morto. L’attimo é sempre quello prima.
San Giorgio avrà ucciso il drago? O lo avrà addomesticato? O liberato? O chissà?
So che é passato alla storia come santo e mi piace pensare che le conseguenze della sua azione fossero per il bene di tutti quelli che lo hanno invocato nei secoli.

CapoDiPace CapoDiGuerra

Questi sono solo miei pensieri. Il dolore per quello che sta succedendo a tre mesi di viaggio a cavallo da qui, non mi lascia. Le soluzioni intraprese finora per fermare questo macello mi sembra che possano solo accelerarlo e aumentare le perdite in termini di vite umane.  Provo a raccontare di altra gente che viveva in modo forse più semplice, forse più vicino di noi al confine tra vita e morte e che forse dava alla vita un valore diverso da noi. Ci provo, ma non sono sicura che c’entri.

Attenti al Tibet

I Lakota ritenevano di essere uomini in quanto parlavano tra loro la stessa lingua. Chi parlava un’altra lingua era un nemico.  Crow, Pawnee, Piedineri avevano ragioni simili per sentirsi uomini e anche per loro gli altri erano solo nemici. Guardando da fuori ci si accorge subito che erano tutti uomini nello stesso modo e sembra stupido che dovessero combattere tra di loro. Erano società semplici e libertarie le cui scelte venivano valutate da un consiglio di anziani.  C’era un capo di guerra che era un uomo coraggioso con una carriera di mirabili atti di valore in favore del suo popolo. A lui era affidata la tattica per guardare i confini del territorio della banda e per difendere la propria gente dai nemici.
Il suo eroismo era subalterno alle decisioni del capo di pace che era un uomo di valore, scelto per la sua saggezza a guidare le decisioni importanti.
Non bastavano i capelli bianchi a fare un capo di pace. Non bastava il numero di piume d’aquila sul casco di guerra per fare un capo di guerra.
Il fatto che fossero due persone diverse e che entrambi potessero essere allontanati con disonore, se mostravano di prendere decisioni o compiere azioni per il proprio interesse, era il motivo di equilibrio in questa società che viene descritta come primitiva.
Mi chiedo: la società occidentale e democratica é capace con tutte le sue strutture di raggiungere questo equilibrio? Cosa le manca? Perché ancora adesso sembrano stupide solo le guerre degli altri e quando potremmo evitarne una, continuiamo a fare il tifo per gli eroi?  Crediamo ancora che basti un solo cattivo a scatenare una guerra mondiale? Com’è possibile che, sapendo di essere esattamente come il nemico, riusciamo ancora a pensare di combatterlo in modo così primitivo? Com’è possibile che l’analogo di un capo di pace attuale, oltre a decidere la guerra, si metta a fare anche il capo di guerra? Chi é più primitivo??

Cosa stiamo facendo!

La sindaco di Vyazma che mi ha portato una punta di freccia ritrovata dove anticamente si erano accampati i mongoli di Batu Khan, per l’inverno, a poche centinaia di metri da dove mi ero accampata io. Era identica a quella della freccia che ho portato a Cracovia.

Quando faceva freddo ero tre i grandi fiumi della Russia europea e la ragione del mio viaggio era portare dalla Mongolia alla Polonia una freccia che simboleggiava la pace. I russi hanno dato appoggio a me ed ai miei cavalli, per sostenere un’idea: un’idea di pace e libertà.

Ho bivaccato accanto a municipi e conversato con le autorità locali. Tutti, tutti loro adesso sono lì attoniti, come me che vedo la Russia allontanarsi a distanze che sono oltre il più lontano pianeta. Vedo due mondi che stavano per accorgersi di essere uguali, che precipitano in direzioni opposte, colmando la distanza con odio, ripicche e delitti. Fermiamoci! Attenti agli eroi! Nessuno può dire chi è più colpevole adesso. Forse si arriverà a descrivere questi giorni in modo verosimile tra qualche generazione. L’umanità è una ed ogni umano desidera pace e libertà. L’unica cosa che deve succedere adesso è che si fermino le armi da tutte le parti, quelle che sparano colpi e quelle che sparano immagini.
Per essere umani, dobbiamo fare di tutto per non diventare robot.

La mappa del mondo 5.5

Saratovskaya trassa. Tra la strada ed il Volga, solo neve, un muro di neve più alto del garrese di Custode. L’ultimo posteriore di Custode pestava nello stesso posto del secondo posteriore di Cigherè. Avanzavamo in tre, come se fossimo uno.

In questi giorni tre anni fa, abbiamo percorso centocinquanta chilometri di questa strada. Le piste erano coperte da un metro di neve e l’unico modo per avanzare era questo. I cavalli filavano a trenta, trentacinque chilometri al giorno. Non fiatavano, non si spaventavano, non erano allegri ma neanche tristi. Avevano la faccia dell’inverno. Io intanto ho avuto modo di conoscere il mondo dei camionisti russi che sono i viaggiatori per eccellenza. Non c’è uno di loro che non abbia manifestato cavalleria e poesia e quell’attenzione del viaggiatore con cui si scambiano informazioni sulla strada, sulle condizioni dei ponti, su tutto quello che serve per andare avanti. I camionisti sono i viaggiatori di questo tempo. Hanno le loro rotte, punti di riferimento, persone che tornano a salutare ogni volta che passano. Non contano più i chilometri e le notti sulla strada. Stentano di ricordare l’ultima notte che hanno passato in un letto.

Ci fermavamo nelle aree di sosta dei camion e in qualche modo del fieno e dell’avena lì intorno, saltavano fuori sempre, mi montavo il telo e il mondo selvatico si infilava anche lì, perché si spande molto più ovunque di quanto si creda.
La piuma di aquila che è legata alla testiera di Cigherè da allora, arriva da un area di sosta per camion della Saratovskaya trassa.
Poi abbiamo incontrato i cosacchi, passato il Volga e non abbiamo più frequentato strade per migliaia di chilometri. Abbiamo ripreso i nostri meccanismi da viaggio selvatico e incontrato altre persone.
Bellissimo, ma non rinuncerei al ricordo del pezzo di strada con i camion per niente al mondo.
E’ strano come la strada permetta di sviluppare solo uno stretto nastro di mappa.
Un pochino più in là ci sono altre persone, villaggi, realtà e sogni. Dare volume ad un piccolo pezzo, lascia il resto della mappa a due dimensioni. scegliere dove passare è anche scegliere dove non passare e a volte quei mille punti interrogativi ad ogni bivio, mi obbligano ad immaginare e continuano a scorrere la propria realtà.
Vasilji, ataman dei cosacchi di Bolshevik, veterinario, maniscalco, allevatore e guida. Un vero signore sotto un berretto di astrakan

fuoco acceso telo tirato cavallo sazio per unire nella stessa avventura uomini cavalli e montagne